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Grotta delle Corvine

 

Fu nell’autunno del 1985 che la sezione Subacquea del Gruppo Speleologico Neretino decise di effettuare una ricerca sistematica di cavità sommerse lungo il tratto di costa che va da Santa Caterina di Nardò alla Cala di Uluzzu.

Baia di Uluzzo

 

Ingresso grotta - 1985

 

Il grande ingresso della grotta delle corvine era già noto da diversi anni agli speleo sub neretini, ma solo in quella occasione si effettuò un’esplorazione completa di quella caverna sommersa che doveva riservare tante sorprese.

 

 

 

 

La prima di queste fu dovuta alle dimensioni della cavità, che superano di gran lunga quelle delle altre grotte subacquee del Parco di Portoselvaggio.

L’altra novità era la presenza di una notevole quantità di concrezioni (stalattiti e stalagmiti) sommerse. Alcune di esse superano il metro di lunghezza e sono testimoni inconfutabili di un lungo periodo di continentalità della zona durante il quale la grotta era ubicata al di sopra del livello del mare.

Per poter realizzare il rilievo topografico e lo studio di questo “gigante” si resero necessarie diverse immersioni.

Fu nel corso di una di queste che si scoprì che nei giorni in cui spirano venti da Ovest o da Nord Ovest (che fanno battere il mare proprio in direzione dell’ingresso) la caverna sembra acquistare un proprio respiro il cui ritmo è regolato dal moto ondoso.

La scoperta di tale caratteristica della grotta delle corvine fu casuale e provocò agli esploratori una fortissima emozione: i sub erano fermi davanti all’ingresso della cavità e si accingevano a prendere le prime misure quando vennero improvvisamente, ed irresistibilmente, risucchiati all’interno della caverna per alcuni metri.

Pochi attimi dopo, prima che potessero rendersene conto, furono respinti fuori con pari energia.

Il fenomeno è dovuto al fatto che la massa d’acqua contenuta nella grotta alzandosi ed abbassandosi nelle due grandi bolle d’aria per effetto del moto ondoso, produce un’azione di risucchio e successiva risacca verso il mare aperto.

Un altro singolare fenomeno, dovuto sempre al moto ondoso ed anche al fatto che gli ambienti emersi della cavità non hanno comunicazione con l’esterno, è quello che dagli esploratori è stato definito “effetto nebbia”: quando all’interno delle bolle d’aria il livello del mare scende, il vapore d’acqua contenuto nell’aria si condensa a causa della diminuzione di pressione.

Il fenomeno è facilmente rilevabile perché, in quegli attimi, la visibilità nell’ambiente si riduce notevolmente.

Non appena il livello dell’acqua risale, si avverte un repentino e sensibile aumento della pressione atmosferica e l’aria ritorna perfettamente limpida.

L’ultima peculiarità della grotta delle corvine è che nel corso di alcune immersioni si è avuta la netta sensazione che, in un punto determinato della cavità, ci sia un arrivo di acque calde profonde. Il fenomeno, che non si riscontra costantemente e che finora è stato rilevato solo in modo empirico, ha fatto pensare ad una risorgenza di acquee solfuree.

 

 

 

 

A questa cavità è stato imposto il nome di grotta delle corvine perché nel corso della prima esplorazione questi pesci fecero grande compagnia agli speleo sub neretini.

foto 1985

Ingresso grotta delle corvine - 2012

 


Fonte: "L'acqua scolpi' un cielo di pietra" - Gruppo Speleologico Neretino - G. Dantoni, R. Onorato, Conte Editore